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De rerum natura libri VI.
Philippi Giuntae bibliopolae, 1512. Edizione giuntina a cura di Petrus Candidus notevolmente più rara ed importante di quella stampata tre anni più tardi dal Manuzio. Nelle ultime 12 carte non numerate sono pubblicate interessanti varianti testuali basate su Codici. Di Tito Lucrezio Caro si conoscono con relativa approssimazione le date di nascita e di morte, per il resto c'è chi lo vuole nato e vissuto in Campania, a Pompei, chi nato e vissuto a Roma; chi discendente da famiglia nobile, chi no; chi accetta che egli scrivesse il poema negli intervalli della pazzia, e chi lo confuta; c'è chi giudica verosimile la notizia del suicidio dovuto a un filtro amoroso e chi la considera inammissibile; chi ritiene che egli sia stato affetto da follia alternante, chi da follia depressiva, chi da epilessia, chi da nevrastenia acuta. Nonostante gli sforzi della critica il mistero che circonda la figura del solitario scrittore rimane fino ad oggi impenetrabile. Egli visse in un'epoca agitata per guerre esterne e lotte civili, per rivolte, congiure, vendette feroci e ambizioni smodate. Ma non vi è indizio che abbia minimamente partecipato agli avvenimenti del suo tempo. I contemporanei lo ignorano, nessuno lo menziona salvo Cicerone, probabile editore del poema, unico nel suo genere, uscito postumo e incompiuto. Non si conoscono neppure le sue relazioni con quel Caio Memmio a cui l'opera è dedicata. Il primo libro è sull'esistenza degli atomi, della materia e del vuoto infinito, quindi dell'universo. Il secondo delle proprietà, della forma, del numero e delle combinazioni degli atomi, quindi della pluralità dei mondi. Il terzo della mortalità dell'anima, vanità del timore della morte. Il quarto delle sensazioni, origine dei sogni e dell'amore. Il quinto della natività e caducità dei mondi, della cosmogonia atomica e della storia del genere umano. Il sesto dei fenomeni della natura. Ogni libro si apre con un proemio e si chiude con un episodio che inquadra e incornicia la trattazione della materia più propriamente didascalica, proemi ed epiloghi che vanno dal sereno e solenne inno a Venere genitrice di tutti gli esseri, alla serrata e sarcastica requisitoria contro l'amore, dalla commossa e religiosa glorificazione di Epicuro come benefattore dell'umanità alla tragica e realistica rievocazione della peste di Atene. A ragione l'opera è stata definita una vasta partitura orchestrale con sei preludi e sei finali. Interessante come Lucrezio indichi espressamente nel poema la difficoltà che incontra nell'esporre nuovi concetti in lingua latina "Né mi nascondo ch'è opera estremamente difficile esporre in versi latini l'ardue scoperte dei Greci, specie perché dovrò spesso usar vocaboli nuovi, così è povero il lessico nostro, ed è nuovo il soggetto". Marca e dati tipografici alla tredicesima ed ultima carta non numerata. Capilettere ornate all'inizio di ogni libro, testo in corsivo. Ordinata annotazione coeva manoscritta ad inchiostro al margine superiore della terza carta di testo. Ottimo esemplare. Bibliografia: Camerini, I Giunti tipografi editori di Firemze, Vol. 1 pag. 78/79 scheda 39. Bella legatura ottocentesca in mezza pergamena rigida, carte: 8, CXXV, 13, In 16°
      [Bookseller: Libreria Il Bulino]
Last Found On: 2016-11-03           Check availability:      maremagnum.com    

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