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Deche di Tito Livio padovano delle historie - Tito Livio - 1575. [1195071]
Appresso i Giunti, 1575. In 4ø, pagg. (4), 537 con numerosi capilettera xilografici, marca tipografica al frontespizio incisa in xilografia e vignetta allegorica incisa al verso dell'ultima pagina dell'opera. Legatura posteriore in mezza pergamena con ricchi fregi e titoli oro su tassello rosso. Rara ristampa, dopo la prima del 1540, di questo celebre volgarizzamento a cura di Iacopo Nardi (1473 - 1563) della monumentale storia romana di Tito Livio, di cui ci sono pervenute solo alcune parti, ovvero la prima decade, la terza, la quarta e meta della quinta.Dedica a Paolo Sergio Pola all'inizio dell'opera. Secondo il Gamba questa è "la stampa più compiuta delle deche di Tito Livio, che contiene il supplemento della seconda Deca (da pag. 160 a pag. 208) fatta da Francesco Turchi e mancante in Tito Livio". Manca l'ultima carta bianca. Alcuni restauri marginali alle prime carte, qualche foro di tarlo che non intacca il testo, sporadiche bruniture nel complesso fresco esemplare, carta forte ed ampi margini. Una gora al margine inferiore dell'ultima parte del volume. Edizione non comune. Gamba 1480. Jacopo. NARDI,- Nacque a Firenze, il 20 luglio 1476, in una famiglia i cui membri in passato avevano ricoperto non di rado cariche pubbliche. Non si sa molto dei suoi primi 25 anni di vita e tutto quello che si può dire relativamente alla sua educazione, forse maturata nell'ambito dello Studio fiorentino, è che dovette essere improntata a una forte religiosità e caratterizzata da una cultura umanistica. Il pensiero successivo di Nardi testimonia la sua adesione alla predicazione e alla dottrina savonaroliane, tuttavia, a eccezione di qualche raro riferimento autobiografico, non siamo in grado di documentare la sua partecipazione attiva alle vicende legate al frate domenicano, che si conclusero con il rogo del 1498. Del breve periodo repubblicano iniziato nel 1527 con l'espulsione dei Medici da Firenze e durato fino al 1530, quando, con l'ausilio delle armi imperiali, papa Clemente VII de' Medici riprese il controllo della città a beneficio della propria famiglia, Nardi fu uno dei protagonisti, ricoprendo l'incarico di cancelliere delle Tratte. A seguito della restaurazione medicea, contro l'inevitabile ritorsione a nulla valsero le parole di raccomandazione spese in suo favore dall'amico Girolamo Benivieni: il 2 dicembre 1530 fu condannato a un esilio triennale a Petigliolo, a poche miglia da Firenze, in una residenza di sua proprietà. Nel novembre 1533, al termine del bando, la pena fu inasprita e gli venne imposto un trasferimento a Livorno che mirava, per lui come per molti altri, a indebolire il legame con Firenze e con i suoi cittadini. La definitiva introduzione di un principato ereditario, con cui culminò la serie di riforme introdotte dai Medici tolsero a Nardi le speranze di rientrare in patria. Prese dunque una decisione che avrebbe segnato per sempre la sua vita: nel dicembre 1533 ruppe il confino e si trasferì a Venezia, all'epoca culla degli esuli fiorentini antimedicei. L'inevitabile conseguenza di quella scelta non tardò ad arrivare: nel luglio 1534 fu dichiarato ribelle e fu decretata la confisca dei suoi beni. Molto ben accolto a Venezia, in breve tempo divenne uno dei protagonisti del folto gruppo dei fuoriusciti repubblicani fiorentini. La situazione economica in cui versava non era florida così si dedicò a lavori di traduzione dal latino al volgare che gli consentirono di guadagnare qualcosa . Al contempo fu anche tra i principali protagonisti - a livello sia politico sia letterario - delle molte trame che miravano alla riconquista di Firenze e che ripresero vigore dopo la scomparsa dell''odiato' papa Clemente VII e la successiva elezione di Paolo III Farnese. Nel gennaio 1537 l'improvviso assassinio del duca Alessandro per mano di Lorenzino de' Medici aprì nuovi spiragli per la causa repubblicana e lo stesso Nardi si fece coinvolgere nel gaudio generalizzato scaturito dalla scomparsa del 'tiranno'. In conseguenza di quell'inaspettato accadimento, Nardi - che pure si definiva «vecchio, debole e senza un soldo» (Pieralli, 1901, p. 169) - tornò a Venezia, dove si trovavano gli altri esuli repubblicani fiorentini, incluso Filippo Strozzi, il loro esponente più rappresentativo. Tuttavia, dopo sette mesi di progetti e speranze, la sconfitta dell'esercito dei fuoriusciti a Montemurlo contro le truppe del nuovo duca Cosimo I de' Medici e la conseguente incarcerazione di Strozzi misero nuovamente fine al sogno della restaurazione repubblicana a Firenze. Nardi, che ancora una volta aveva preso parte in prima persona allo svolgersi degli eventi riversandovi tutto il suo entusiasmo, dovette subire l'ennesima cocente delusione e decise di ritirarsi a vita privata. Da quel momento in poi visse quasi sempre a Venezia, dove continuò a essere uno degli membri più rappresentativi della folta comunità fiorentina. Ormai anziano, stanco e disilluso, si riavvicinò al duca Cosimo (dal quale a partire dal 1543 ricevette anche un sussidio di cinque ducati al mese) e ripiegò sull'attività letteraria ed epistolare. Per cominciare, lavorò alla traduzione delle Deche di Tito Livio, che pubblic· per i Giunti a Venezia nel 1540 con dedica ad Alfonso d'Avalos.
      [Bookseller: Studio Giuseppina Biggio]
Last Found On: 2016-09-15           Check availability:      maremagnum.com    

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