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Petrelli Lucarini Tolomeo

Passione, e morte De Gloriosi Martiri, e seguaci di Christo SS. Emilano già vescovo di Trevi Città antichissma dell’Umbria, hoggi Terra nobilissima, illustrata con il pretioso Sangue di così inuitto Eroe, e suoi Compagni; Tradotta di lingua latina in volgare da Tolomeo Petrelli Lucarini, uno dell’ouile di sì degno Pastore; Assieme con la vita del B. Ventura Eremita di detta Terra; Cauata dal Compendio del Sig. D. Muzio Petroni Dottore di detta Terra. Dato in luce per consolazione de diuoti di detti gloriosi Serui di Dio. In Fuligno, per Antonio Mariotti, 1694.

      - In 4, [mm. 211 x 140], pp. VIII – 27 – (1) con grande incisione in xilografia raffigurante S. Emiliano ed altra, sempre piena pagina raffigurante il Beato Ventura da Trevi. Il verso di p. 19 è bianco, segue poi la xilografia del Beato Ventura, anch’essa con il verso bianco, quindi la vita che inizia con una pagina malnumerata ancora con il 19. Al frontespizio stemma del Vescovo di Spoleto Marcello Durazzo, Legato di Bologna, cui è dedicata l’opera. Capilettera floreali e finali xilografati. In fine grande stemma araldico tripartito sormontato da un elmo probabilmente dell’autore. Legatura in mezza pergamena moderna con carta marmorizzata. Angoli in pergamena. Esemplare perfetto su carta pesante con correzioni di alcune lettere ad inchiostro. L’autore spiega di aver deciso di riscriverne la vita perché se ne era quasi perso il ricordo così come ormai in pochi possedevano la vita del Beato Ventura scritta in latino da Muzio Petroni e quindi di averne curato un compendio tradotto. La vita di S. Emiliano deriva dunque dai martirologi più antichi: nato in Armenia giunse in Italia, a Spoleto nel 296 d.C. e venne nominato vescovo di Trevi dal papa Marcellino I nel 298. L’imperatore Massimiano lo sfidò a risanare un paralitico pregando il suo Dio mentre i suoi sacerdoti avrebbero pregato gli dei pagani. Questi ultimi che non erano riusciti a risanare il malato mentre Emiliano invece lo risollevò, convinsero l’imperatore a sottoporlo al martirio. Prima fra i carboni ardenti, poi cercò di farlo mangiare da leoni e leopardi che invece presero a leccarlo come cagnolini - così è raffigurato nella grande xilografia iniziale, dove ha il pastorale con due leoni ai piedi - infine quando, dopo averlo legato ad un giovane olivo cercarono di tagliargli la testa, la prima spada si piegò poi quando finalmente riuscirono a nell’intento, il suo corpo divenne candido e non sgorgò sangue, ma latte. L’ulivo si riempì invece di frutti: a quei prodigi i carnefici si chinarono a baciare il corpo chiedendo perdono. Era il 28 gennaio del 302 d.C. ed il martirio avvenne nel luogo detto, un terzo di miglio dal fiume Clitunno. Al martirologio segue una pagina di fonti utilizzate per scriverne la vita e quindi la descrizione del ritrovamento delle reliquie che erano state portate d Santa Abondantia, vedova spoletina, nella chiesa cattedrale di S. Maria a Spoleto per meglio proteggerle dai barbari. Il 22 aprile del 1660, vennero fortuitamente rinvenute mentre si gettavano le fondamenta di un pilastro, furno subito nascoste in attesa dell’arrivo a Spoleto del vescovo Cardinale Facchinetti che donò ai trevani una mascella del santo che venne portato con gran pompa a Trevi il 17 gennaio 1661 e chiusa in una cassa di cui avevano le chiavi il Capitolo della Chiesa, il Magistrato e Giacomo Valenti. Nello stesso anno venne donata alla città anche la pietra che conteneva le reliquie e gli strumenti del martirio e portata nella stessa chiesa di S. Emiliano dove tuttora è visibile. La vita del Beato Ventura, nato a Pissignano, venne ritrovata nel convento di S. Francesco e, a dire del Petroni era antichissima. Il beato, raffigurato nella xilografia con abito da monaco, un rosario in mano, sullo sfondo di una chiesetta trascorse la vita eremitica in una grotta, in mortificazioni corporali e penitenze dando l’esempio di una vita di santità ai popoli della valle spoletina. Nel 1310 i Trevani portarono il suo corpo nella chiesa di San Francesco, e lo deposero dietro l’altare dedicato a Maria. Il tipografo Antonio Mariotti iniziò la sua attività nel 1677 usando i materiali dell’Alterij e continuò a stampare fino al 1708. Stampò anche a Bevagna ed aprì un’altra officina a Spello, gestita dal figlio Ubaldo, ma operò anche ad Assisi, Nocera e Fabriano, producendo opere di non grande mole e popolari: come il primo foglio di avvisi intitolato "Fuligno" del 1680, il primo ad essere stampato in Umbria e uno dei più antichi d’Italia, o diversi lunari. Cecchini G. (a cura di ), Mostra d [Attributes: Hard Cover]

      [Bookseller: EDITORIALE UMBRA SAS]
Last Found On: 2009-10-07          Check current availability from:     AbeBooks


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