Bonvesin Della Riva
Vita scolastica, [colophon:] Venetiis, Per Ioannem Batista[m] Sessa, 1501.
4° (mm 185x131); cc. (20). Ampia bordura silografica a vignette nel frontespizio (vedi sotto) e, sotto il titolo, marca della Gatta. Cartonatura ornata moderna. Il frontespizio e alcune iniziali anticamente colorate, nel verso un singolare disegno a penna di mano antica: un mendicante. Rarissima edizione (1 sola copia in Edit xvi), la prima del secolo xvi. Essling, 856; Sander, 1225: «Page du titre, encadrement au trait emprunté de l’Aesopus, 31.i.1491 (frontispice)»; Edit xvi, b-3175 (1 solo esemplare, alla Braidense di Milano). «L’operetta […] è tutt’altro che priva di interesse per la conoscenza del tempo in cui fu redatta, dell’ambiente che descrive, degli usi di cui dà testimonianza, ed anche per la stessa personalità del suo autore di cui rivela non meno degli scritti volgari le note caratteristiche. Per la vita scolastica italiana – e particolarmente milanese – nel Duecento, essa è fonte di primo piano; non soltanto “messa insieme con materiali racimolati un po’ dappertutto” – come disse il Novati – ma anche frutto di matura esperienza (così si ricava dal testo, in mancanza finora, di ogni determinazione cronologica sulla sua composizione) ed espressione, sia pur elementare e talora ingenua, di un amore verso la scuola non fatto di retorica e di luoghi comuni, ma piuttosto di cara consuetudine di vita (Bonvesin lascerà l’insegnamento soltanto pochi anni prima di morire, quasi settantenne). L’opera – in 936 versi, racchiudenti però anche otto racconti in prosa – ubbidisce ad un piano organico assai semplice (il primo libro riguarda gli scolari, il secondo i maestri), ma nello svolgimento le sproporzioni sono assai rilevanti e la seconda parte appare affrettata e monca rispetto alla prima (i libro = vv. 1-766; ii libro = vv. 767-930). Anche nell’indicare le cinque chiavi per giungere al possesso della sapienza – che forma l’argomento di tutto il primo libro – la parte più rilevante è riservata, a scapito delle altre, a quel “timor Domini” che è per la concezione cristiana l’”initium sapientiae”, ma intorno al quale la precettistica poteva cadere, come cadde, o nel generico o nel tradizionalmente noto (ecco la disposizione nell’interno del poemetto per questo primo libro: prima chiave, timor Domini = vv. 1-482; seconda, honor magistri = vv. 483-704; terza, assiduitas legendi = vv. 705-736; quarta, frequens interrogatio = vv. 737-754; quinta, memoria retinendi = vv. 755-766). Eppure l’operetta si legge senza noia non solo per i motivi detti sopra, ma anche per una certa bonomia sorridente che s’intravvede sotto la parola tranquilla e spesso severa dell’autore. Ricompaiono nei modesti versi gli scolari e i maestri di tutti i tempi, con le loro preoccupazioni e con il loro volto. Scolari che si fermano nelle strade o nelle piazze a giocare, ad aizzare i cani, a litigare, che a scuola parlano, gridano mangiano, che vi entrano d’inverno senza scrollarsi di dosso la neve, che sputano sotto i banchi, che siedono davanti al maestro con le gambe incrociate, o parlandogli troppo da vicino lo tempestano di saliva, che guardano o ascoltano per le fessure delle porte, che lasciano gocciolare il naso sui quaderni; e, d’altro canto, che si alzano quando lo vedono venire da lontano, che lo salutano e l’accompagnano con ogni segno di deferenza, che reputano i castighi ben dati, anche sotto le apparenze dell’ingiustizia, che studiano per fargli onore, e via dicendo; maestri che attendono invano lo stipendio e sono costretti a sollecitarlo e a sequestrare libri, che non si preparano alle lezioni, che bevono, che perdono il tempo, e via dicendo, sono elementi che la vita della scuola ha conosciuto e conoscerà sempre, con le colorazioni che la diversità dei tempi dà loro» (E. Franceschini, Prefazione a Bonvicini de Ripa, Vita scholastica, Padova 1943 (“Testi e documenti di storia e di letteratura latina medioevale”, v), pp. vi-viii).
[Bookseller: Chartaphilus Libri antichi e rari di Gia]
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